Cronaca di una ricostruzione annunciata

11 luglio 2010 @ 03:43 |

Quando ci siamo passati accanto e dall'autostrada se n'è letta l'indicazione, i ragazzi mi hanno svegliato: L'Aquila, mi hanno detto. Ero insonnolito causa una notte di vino e freddo, ma ho risposto con voce roca: ci fermiamo? Nemmeno a dirlo, abbiamo imboccato la freccia verso il capoluogo abruzzese, deviando la nostra meta.

Quando siamo scesi dall'auto, sbandando sotto un sole che ancora si preparava la colazione, ci hanno accolto quattro cagnoni. Dovevano aver avuto un padrone in passato, perché avevano (tutti tranne uno) ancora un collare. Forse, a pensarci, il padrone lo avevano ancora, ma io avevo in mente la catastrofe dell'aprile del 2009, ed il terrore spesso fa da sponda alla poesia. Quindi, decido, non avevano alcun padrone se non la città che li accoglieva.

Siamo entrati nel centro storico e la prima immagine che ci siamo trovati ad affrontare è stata l'inattesa insegna di un bar, aperto, con quattro tavolini e due ombrelloni. Come trovare uno chalet di montagna ai confini del Sahara. Ho pensato. Siamo entrati e dentro c'erano tre finanzieri che prendevano il caffè. Più o meno la stessa idea della città che ci siamo fatti dall'esterno: carabinieri, esercito, finanza, polizia e - soprattutto - vigili del fuoco a iosa. Io ne ho approfittato per mettere ancora un po' di pane a guardia del vino che mi ballava sul fegato. E non ho avuto il coraggio di chiedere nulla al barista.
I cagnoni ci aspettavano fuori.

Ci siamo incamminati verso Piazza Duomo. Per la strada le prime immagini di quella che doveva essere una splendida cittadina iniziano a fissarsi sotto palpebre che a stento si chiudevano, cancellando il desiderio del letto di casa. Tra vetri infranti e cavi metallici e rattoppi in legno e abbandono, cartelli scritti a mano per ricordare l'accaduto, e poesie, e prese di distanza dalla classe politica del nostro sventurato Paese, e frasi a memoria delle manganellate di qualche giorno prima a Roma. E su tutto un indimenticabile silenzio. Pensieri in tatzebao.
Mentre i cagnoni ci facevano strada.

Prima del duomo, attaccate a delle transenne, centinaia di chiavi di case di aquilani disegnavano un quadro disperato e commovente. Simboli di zerbini senza auguri di benvenuto. E l'angoscia ha iniziato a danzare col sonno e col Manduria.
E i cagnoni ci attendevano qualche metro più avanti.

Arrivati al Duomo abbiamo iniziato a trovare un po' di gente: signore venute per la messa, anziani che contemplavano quella che era stata - con una probabilità dettata dalla poca lucidità - la loro piazza della domenica, e altri che tornavano da una passeggiata da quella che plausibilmente un giorno era la propria routine. Qualcuno montava una bancarella, il giornalaio alzava le serrande, un altro bar metteva in strada delle sedie. Tra negozi chiusi e sbarre e recinzioni, qualcuno scommetteva sulla rinascita. Un soffio ha cancellato la disperanza, forse si può fare qualcosa. Costerà tantissimo, in termini economici, temporali e soprattutto di coraggio, ma la città risorgerà.
Penso mentre sorrido ai cagnoni distesi al primo sole.

Un uomo con la tuta dell'esercito italiano e, sotto, la maglietta del Che Guevara, ci avvicina e ci chiede se siamo giornalisti o turisti. Buio. Credo che sia stata la domanda più difficile che mi sia stata posta in tutta la mia vita. Non per la scelta della risposta, avrei potuto andare per esclusione: non sono un giornalista. Ma per l'ovvia conseguenza della risposta: turista. Come avrei potuto definirmi turista? Eppure avevo una macchina fotografica al collo, una borsa, calzonetti, occhiali da sole e l'aria curiosa di chi quel terrore l'ha seguito spiando la televisione. Avrò taciuto dieci secondi, che nell'arco di una vita saranno una penitenza, ma nell'attesa di una risposta pesano quanto un ergastolo. Siamo di passaggio, ho risposto, nascondendo la vergogna di non essere arrivato lì prima, quando avrei potuto dire "volontario". Concretizzando che i tempi per le scelte di coraggio sono finiti.
Mentre i cagnoni, forse un po' delusi, si avviavano verso la macchina.

Al ritorno un po' di gente iniziava ad affluire verso il centro, il silenzio diminuiva ed il vuoto del ricordo si cementificava. Un cenno di saluto al barista dell'alba ci ha congedati dalla visita. Una carezza ai cagnoni ci ha sdebitati dalla guida. Una mano sul cuore ci ha lavato la coscienza. Un terribile senso di inadeguatezza ci ha accompagnati all'autostrada. La speranza che qualcosa verrà fatto per salvare la città è la grande ed inutile consolazione che ci porteremo alle nostre case.
Che non siamo stati costretti ad abbandonare.