Luca Castelli su La Stampa scrive un pezzo che mette in relazione i Festival ed i social network musicali. Nella parte finale approfitta per dir male - magari a ragione - delle grosse realtà live italiane. Per incapacità degli organizzatori - dice -, per il plubbico immaturo o per la miopia degli amministratori.
E' evidente che il settore soffre di grosse difficoltà e le cause sono in buona parte ricercabili negli elementi rimarcati dal giornalista. Ma non avrei remore ad affermare come le colpe della crisi sono imputabili anche ai cachet spesso troppo alti degli artistacci pop-*, che sottovalutano la bramosia di crescere di cui soffrono appassionatamente alcune realtà medio-piccole e di cui il panorama musicale nazionale necessita, e alle agenzie degli artstuncoli indie (per costrizione e non per scelta) che appena infilano una serie di quindici date s'immaginano manager dei Beatles, pretendendo oro e riverenze da chi organizza una manifestazione.
Esistono tanti Festival locali che hanno l'urgente bisogno di amplificare la propria visibilità, che non possono recriminare nulla al proprio pubblico, di cui va fiero, né pretendere di moltiplicare il proprio impegno, già esasperato nei confronti di un ritorno economico largamente negativo. E che si augurerebbero solamente un po' di lucidità e lungimiranza da parte delle istituzioni.
Sono le realtà che nonostante tutto farciscono il programma live della penisola colmando il desiderio di buona musica dal vivo di ben oltre 75000 persone.
Quindi l'Italia non arranca. L'Italia fermenta.
Ha solo bisogno di qualcuno che se ne accorga. E che di il via al brindisi.